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La sentenza dela Consulta che ritenuto in parte illegittimi i decreti di attuazione delle riforma della pubblica amministrazione, potrebbe complicare il rinnovo dei contratti del pubblico impiego. La fa capire il ministro per la riforma della P.a., Marianna Madia, in un'intervista al Corriere della Sera. "La situazione - spiega il ministro - si e' complicata, perche' la sentenza arriva nel mezzo di una trattativa con i sindacati. Ho convocato i segretari di Cgil, Cisl e Uil per mercoledi' al fine di verificare le condizioni per arrivare a un accordo per sbloccare i contratti. E' prevista una parte economica, gli aumenti medi di circa 85 euro, e una parte normativa per modificare alcuni istituti, come la valutazione o il salario accessorio. Abbiamo la possibilita' di inserire queste modifiche nel testo unico sul pubblico impiego, la cui scadenza e' fissata per febbraio. Ma ora, dopo la sentenza, bisogna capire come posso impegnarmi sulla parte normativa, se prima non raggiungo l'intesa con tutte le Regioni. E verificare, come dire, se il governatore del Veneto Zaia e' d'accordo. Perche' se non lo fosse, si bloccherebbe tutto".

Saltano la riforma della dirigenza e dei servizi pubblici locali. Dopo la sentenza della Consulta sulla legge Madia non se ne fara' piu' nulla: il Governo li ha ritirati, erano stati approvati giusto giovedi' scorso, e non ha piu' tempo per ripresentarli. La pronuncia dei giudici e' arrivata poche ore prima che i testi potessero andare alla firma del Quirinale e a tre giorni dalla scadenza dei termini di delega, la deadline e' domani.
Ci sono pero' altri decreti in bilico, i provvedimenti sui furbetti del cartellino, sui dirigenti medici e sulle partecipate pubbliche. Decreti gia' in vigore per cui si profila uno stallo. Insomma si rischia il caos e per capire davvero cosa ne sara' bisognera' aspettare il 4 dicembre, data del referendum. Tanti i dubbi quindi ma alcuni punti fermi ci sono. Una parte della riforma della P.a. e' coperta, si tratta dei decreti gia' sfornati e non colpiti dalla pronuncia della Corte, tra cui il Freedom of information act, la nuova Conferenza dei servizi, la Scia e il Codice del digitale. Un'altra parte va invece salvata e coincide con il Testo Unico sul lavoro pubblico per cui ci sono ancora tre mesi di tempo per procedere. E' immune dalla sentenza la parte della riforma che prevede la ridefinizione dei poteri del premier e il taglio delle prefetture (c'e' tempo fino a febbraio).
Resta difficile prevedere gli effetti della sentenza prima dell'esito del referendum, che cambia anche i rapporti tra potere centrale e regionale. Se passa il No la riforma sarebbe vulnerabile, con il Si' l'exit strategy sarebbe agevolata. Anche se per la dirigenza i tempi sarebbero a dir poco lunghi, a meno che non si recuperi qualcosa nel T.U sul lavoro pubblico.
Complicato anche tornare sui servizi pubblici locali (la misura piu' popolare era il ricorso del biglietto per il bus che ritarda).
Le reazioni intanto non si fermano: "e' un motivo in piu' per rimettere mano alla riorganizzazione delle materie del titolo V", dice il sottosegretario Luca Lotti. La "Corte avrebbe fatto meglio a rinviare la decisione di una settimana", incalza il presidente dei senatori Pd, Luigi Zanda. Dall'opposizione giungono altri commenti: "Renzi si e' permesso di dire che la Corte costituzionale italiana e' una 'burocrazia' inutile", scrive il presidente dei deputati Fi, Renato Brunetta. Anche gli industriali si fanno sentire con il numero uno di viale dell'Astronomia, Vincenzo Boccia: l'auspicio e' che "non si smonti la riforma Madia".

Il Consiglio dei ministri, su proposta della Ministra per la semplificazione e la pubblica amministrazione Maria Anna Madia, ha approvato, in esame definitivo, un decreto legislativo in materia di individuazione di procedimenti oggetto di autorizzazione, segnalazione certificata di inizio attivita' (Scia), silenzio assenso e comunicazione e di definizione dei regimi amministrativi applicabili a determinate attivita' e procedimenti, al sensi dell'articolo 5 della legge 7 agosto 2015, n. 124. Sono stati acquisiti i pareri parlamentari e si e' tenuto conto delle indicazioni del Consiglio di Stato e della Conferenza unificata. Nello specifico, il decreto provvede alla mappatura completa e alla precisa individuazione delle attivita' oggetto di procedimento di mera comunicazione o segnalazione certificata di inizio attivita' o di silenzio assenso, nonche' quelle per le quali e' necessario il titolo espresso e introduce le conseguenti disposizioni normative di coordinamento. Inoltre e' prevista la semplificazione dei regimi amministrativi in materia edilizia.
La Corte Costituzionale boccia il meccanismo attuativo della riforma della P.a, nei punti in cui prevede per i decreti applicativi il semplice parere delle Regioni. Per la Consulta, che si e' pronunciata sul ricorso della Regione Veneto, serve invece l'intesa, ovvero uno strumento di raccordo piu' forte. I paletti alzati riguardano la legge 'madre', la delega, e non i provvedimenti 'figli', ma arginare gli effetti e' impresa ardua, vista anche la tempistica. Nel mirino ci sono le novita' in fatto di dirigenza e di servizi pubblici locali, fresche di via libera in Consiglio dei ministri. E poi ci sono tre decreti che sono gia' legge: su partecipate, dirigenti medici e licenziamenti lampo per i furbetti del cartellino.

Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, ha approvato, in esame definitivo, il decreto legislativo recante attuazione della delega di cui all'articolo 10 della legge 7 agosto 2015, n.124, per il riordino delle funzioni e del finanziamento delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura. Nello specifico, il provvedimento prevede un piano di razionalizzazione, in un'ottica di efficientamento, di efficacia e di riforma della governance delle Camere di commercio. Piu' nel dettaglio, entro 180 giorni dall'entrata in vigore del decreto, il numero complessivo delle Camere si ridurra' dalle attuali 105 a non piu' di 60 nel rispetto dei seguenti vincoli direttivi: almeno una Camera di commercio per Regione; accorpamento delle Camere di commercio con meno di 75mila imprese iscritte. Al fine di alleggerire i costi di funzionamento delle Camere, il decreto prevede 4 ulteriori azioni che riguardano: la riduzione del diritto annuale a carico delle imprese del 50%; la riduzione del 30% del numero dei consiglieri; la gratuita' per tutti gli incarichi degli organi diversi dai collegi dei revisori; una razionalizzazione complessiva del sistema attraverso l'accorpamento di tutte le aziende speciali che svolgono compiti simili, la limitazione del numero delle Unioni regionali ed una nuova disciplina delle partecipazioni in portafoglio.

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